Debito pubblico, il mostro che non spaura la politica

Debito pubblico, il mostro che non spaura la politica

di Pietro Di Muccio
Direttore emerito del Senato della Repubblica, Ph.D. dottrine e istituzioni politiche 

Francesco Guicciardini nel ‘500 e David Hume nel ‘700 lo hanno scritto quasi con identiche parole. Nei “Ricordi” Guicciardini annota:

“Un saggio cittadino disse già: o Firenze eliminerà il Monte o il Monte porterà alla rovina Firenze. Sono senz’altro del parere che sia necessario o che la città gli tolga la reputazione o che il Monte faccia tanta moltiplicazione del debito che sarebbe impossibile farvi fronte. Questa materia però, prima di partorire il disordine, ha avuto un lungo sviluppo e in pratica il moto suo più lento di quanto si potesse immaginare” (F.Guicciardini, I Ricordi, Catanzaro, 2008, pag. 53).

In uno dei suoi ‘Essays’, concernente “Il credito pubblico”, Hume ammonisce: “Dovrà essere infatti l’una o l’altra cosa: o la nazione cancellerà il debito pubblico o il debito pubblico cancellerà la nazione. Non è possibile che entrambi sussistano, nel modo in cui le cose sono state fin qui condotte, in questo paese come in altri” (David Hume, Politica e scienza dell’uomo, Roma, 1975, pag. 246).

Ma la storia non è sicura né univoca nell’agganciare tali previsioni all’uno o all’altro corno del dilemma. Le nazioni declinano e implodono per svariate cause. 

Ma è raro in conseguenza diretta, immediata, esclusiva della bancarotta statale. I timori di Guicciardini che l’esplosione del debito pubblico portasse alla rovina l’economia fiorentina erano più che reali. Ma la fine di Firenze non fu determinata solo dalle sue dissestate finanze. Lo stesso, sebbene al contrario, può dirsi del Regno Unito, che ha prosperato da quando Hume espresse il suo pensiero. 

E tuttavia i debiti sono come il diabete, che corrode lentamente il corpo senza avvisaglie finché la salute viene irreparabilmente compromessa dalla devastazione di un organo vitale. La dolcezza del sangue si trasforma in veleno mortale per l’organismo. 

Hume afferma e argomenta da par suo che il debito pubblico si estingue per “morte naturale” e “morte violenta”. Nel primo caso è contemplata la vita ordinaria dello Stato: “La necessità chiama, il panico incalza, la ragione esorta, uno scrupolo soltanto si oppone: il denaro viene impiegato per l’uso del momento, magari con il più solenne impegno di rifonderlo immediatamente. Ma non ce n’è più bisogno. L’intero edificio, già malfermo, crolla seppellendo migliaia di persone sotto le sue macerie” (ibidem, pag.248). Nel secondo caso viene in considerazione la guerra, anche commerciale, e la sconfitta: “Ma può accadere che i nostri figli, stanchi della lotta, intralciati da oneri, assistano inerti all’oppressione e alla sconfitta, finché, alla fine, essi stessi e i loro creditori saranno alla mercé del vincitore” (ibidem, pag. 250). 

Hume osserva inoltre che le necessità momentanee spingono spesso gli Stati “ad agire in modi a rigore contrari al proprio interesse”. Ma, da che mondo è mondo, non si curano mai delle conseguenze a lungo termine, se parliamo di imposte e di debiti. Infatti Hume spiega che “il timore di una duratura distruzione del credito è un vano spauracchio” e “lo Stato è un debitore che nessuno può obbligare a pagare” (ibidem, pag. 248,249).

L’Italia è sulla strada di raggiungere i tremila miliardi di debito pubblico! Una cifra che la mente normale stenta a concepire. E che non comprende tutti i debiti di tutti i soggetti giuridici pubblici. Sicché nessuno sa, neppure i governanti o i cosiddetti esperti, quanto la collettività debba a chi ha crediti da reclamare. L’incremento esponenziale del debito accade mentre l’economia ristagna da vari lustri, sebbene da ultimo sia “rimbalzata” dopo la recessione causata dalla pandemia.

L’Italia aspetta la rinascita dal “debito buono” (Draghi dixit!) del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNNR). Supponiamo che, a cose fatte, il debito derivante dal PNRR si riveli “buono” al 75%, ottimistica percentuale di successo, i titoli pubblici dovrebbero continuare ad essere comunque acquistati massivamente per scongiurare il crollo finanziario. E l’esperienza storica, gli ultimi quarant’anni almeno, dimostra che tali titoli sono stati emessi soprattutto per gli spassi elettorali e le clientele politiche, per compiacere l’oggi anziché investire sul domani. Tanto vero che in Italia, in barba ai keynesiani d’ogni tendenza e ai sostenitori del deficit spending, più cresceva il debito pubblico, meno cresceva l’economia.

Detto altrimenti, il debito “indigeno”, per così dire, è stato quasi del tutto “debito cattivo”. Perché non dovrebbe diventare “cattivo” pure il debito “allogeno”? Gli ottimisti, i creduloni, i benintenzionati rispondono così: “L’Europa controllerà impegni e scadenze, milestone and target. Tuttavia potrebbe non bastare, quanto meno per i risaputi o intuibili motivi connessi alla (in)capacità realizzatrice delle amministrazioni statali, centrali o periferiche, e delle amministrazioni locali; ma soprattutto per una verità connaturata all’essenza della società umana, dove “il bene non deriva soltanto dal bene e il male non produce sempre il male. Molto spesso è vero il contrario. Accanto o in sostituzione di ciò che intendiamo perseguire, le azioni producono in permanenza conseguenze inintenzionali. La vita è soggetta alle più varie peripezie. La nostra condizione è infima. Pur agendo in maniera consapevole, le conseguenze generate dalle nostre azioni non sono sempre fedeli alle nostre attese; e sovente le tradiscono del tutto” (Lorenzo Infantino, Alle origini delle scienze sociali, Soveria Mannelli, 2022, pag. 20).

Mentre Ercole potrebbe forse nell’ottava fatica debellare le inefficienze e i ritardi delle burocrazie nazionali, neppure un dio riuscirebbe ad eliminare gli esiti inintenzionali delle azioni umane. Sebbene i risparmiatori continuino a sottoscrivere i titoli pubblici, senza gli acquisti della Banca centrale europea il baratro non sarebbe stato scongiurato. Fino a quando riusciremo, grazie alla Bce, a scambiare debiti nazionali contro moneta europea, nella speranza che il famigerato rapporto Debito/Pil scenda sotto la soglia dell’angoscia da default, cioè bancarotta?

Fino a quando il subisso di cartamoneta non scatenerà la tempesta dell’inflazione? Se tale comodo scambio fosse realizzabile in eterno, avremmo finalmente scovato la fonte inesauribile della ricchezza, rendendo disponibile il mezzo miracoloso per eliminare “il problema dell’economia” dall’esistenza umana e calare le celesti armonie qui sulla terra.

Purtroppo, sul circuito vizioso delle emissioni monetarie e delle spese deficitarie la macchina dei debiti pubblici gira a mille. Perché? David Hume ci dà la spiegazione, valida ovunque ma in Italia di più: “Per quanto gli uomini si facciano in generale guidare più da ciò che vedono che da ciò che prevedono, sia pure con sufficiente certezza, le promesse, le assicurazioni, le belle prospettive, insieme alle lusinghe di un interesse immediato, hanno un potere tale che pochi sono capaci di resistere” (ibidem, pag.248).

Fonte: beemagazine.it

 

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