IL PONTE SULLO STRETTO, TRA SOGNO E REALTÀ

IL PONTE SULLO STRETTO, TRA SOGNO E REALTÀ

di Giuseppe Gullo

Per i messinesi come me, la ricorrente discussione sulla costruzione del ponte che dovrebbe unire le due sponde dello Stretto è stato un miraggio che dura l’intera vita media di varie generazioni. Secondo alcuni ricercatori la prima idea di un attraversamento stabile dello Stretto risale ai romani con un sistema di barche legate tra di loro. Nei successivi 2000 anni, periodicamente il governante di turno dichiara solennemente che il ponte si farà e che finalmente Scilla e Cariddi saranno unite realizzando così l’antico sogno dell’unificazione materiale della Penisola all’isola maggiore. Puntualmente l’impegno resta lettera  morta, mentre produce l’effetto di scatenare le proteste dei “NO Ponte”, e le delusioni dei favorevoli.

Nei decenni che separano le varie dichiarazioni, molti milioni di euro sono stati spesi per studi di fattibilità, costituzione e scioglimento di società, consulenze, risarcimento danni e simili sperperi. L’argomento è divisivo ed è difficile discuterne con pacatezza e obiettività. E’ bene provarci sperando che possa servire a qualcosa.

I sostenitori della tesi dell’inutilità, se non della dannosità, del ponte muovono una serie di obiezioni. La prima riguarda la sua fattibilità. Argomento sostanzialmente impossibile da affrontare se non richiamando quanto su di esso scrivono gli esperti. Per quel che mi risulta, l’opera viene giudicata realizzabile nonostante l’altissima sismicità dell’area. A questo proposito vengono portate a esempio alcune costruzioni realizzate in Giappone, grattacieli compresi, che confermerebbero la possibilità di costruire il ponte in sicurezza. Comprendo le perplessità di chi storce il muso, ma i tecnici ci sono proprio per risolvere i problemi e a essi è necessario affidarsi.

In seconda battuta, i NO ponte denunciano il gravissimo danno ambientale che deriverebbe a tutto il territorio interessato alla costruzione. A questo proposito mi chiedo dove abbiano vissuto negli ultimi decenni i sostenitori di questa tesi. Chi scrive questi decenni li ha trascorsi nella riviera messinese sulla quale dovrebbe insistere la parte siciliana del ponte e ha visto lo scempio che è stato fatto di tutto quel territorio. Chi parla di danno ambientale conseguente alla costruzione del manufatto ricorda la riviera nord della Città negli anni 60? Ha memoria dello stato del territorio intorno ai laghi di Ganzirri, a Granatari, a Mortelle, a Paradiso, a Contemplazione, a Pace, a Grotte, a Fiumara Guardia, a Torre Faro e a Faro Superiore nella seconda metà del secolo passato e oggi? Se non lo ricorda o non l’ha mai visto dovrebbe documentarsi e condividere tranquillamente il dato di fatto che tutto quel territorio è stato saccheggiato, cementificato, violato in modo definitivo e irrimediabile. Quale danno ulteriore può essere fatto? Quale altra ferita può essere inferta in un corpo dilaniato? Basta guardarsi intorno per vedere com’è stato ridotto un territorio bellissimo situato in un posto d’incomparabile bellezza.

Un mio amico che abita in quella riviera da molti anni, mi ha raccontato che ha un incubo ricorrente che agita il suo sonno. Immagina di trovarsi nel soggiorno della sua abitazione dal quale vedeva lo Stretto e la costa calabrese, da Capo Peloro fino a Capo Spartivento, e di ricordare suo padre, deceduto alcuni decenni fa, che per diletto, contava le navi traghetto e quelle mercantili che attraversavano lo Stretto in una mattinata. All’improvviso nel sogno lo vide in piedi su una sedia invece che sulla sua solita poltrona ,  cercare di sbirciare sopra gli alti palazzi nel frattempo edificati per potere vedere le sommità di qualche nave che varcava le onde, ora placide e immobili ora alte e spumeggianti per lo scirocco.  Il mio amico entrò nel soggiorno per salutarlo e vedendolo in piedi sulla sedia si precipitò verso di lui temendo che potesse cadere. ”Papà, gli disse, cosa stai facendo in piedi sulla sedia?”; “Cicciuzzu beddu, non vidu chiù u mari, scumpariu!”. Il mio amico si svegliò agitatissimo, ripensò a ciò che aveva immaginato nel sogno e si rese conto che era la pura verità.

Un altro rilievo riguarda il pericolo delle infiltrazioni della malavita organizzata per controllare gli appalti miliardari. Il pericolo è reale ed è tale e quale quello che si corre in qualunque appalto rilevante in ogni parte d’Italia. Spetta alla Pubblica Amministrazione e alla Magistratura garantire la legalità e la trasparenza in Sicilia come altrove. L’alternativa sarebbe quella di bloccare tutto per il timore che vengano commessi reati. Niente ferrovie, porti, ponti, strade e autostrade, scuole, ospedali e quant’altro.

Da ultimo si osserva che abbiamo infrastrutture pessime e obsolete, una rete ferroviaria arretratissima, un sistema sanitario inadeguato, e tuttavia parliamo di ponte che non è necessario e urgente. Il fatto è che i soldi che saranno investiti per costruire il ponte, se mai arriveranno, saranno finalizzati solo a quel fine. In caso diverso non arriveranno come non sono arrivati sino ad ora. Non esiste la possibilità di destinare questi eventuali fondi alla realizzazione di opere diverse. E’ un’alternativa fittizia e chi la ventila lo sa bene. L’unica vera possibilità è quella di ottenere i miliardi necessari per costruire il ponte, nient’altro che questo.

Può essere che chi lo propone tenti un bluff. Allora è meglio andare a vedere e verificare se sarà possibile ottenere un mega-finanziamento che potrebbe portare in una delle aree più depresse del sud 100.000 posti di lavoro e un indotto difficilmente quantificabile ma certamente notevole. Nello stesso tempo i croceresti che approdano a Messina potrebbero diventare alcuni milioni e fermarsi qualche giorno per ammirare e attraversare il più lungo ponte a unica campata del mondo, magari intitolato a Antonello da Messina.

Vale la pena provare? Penso di SI!

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