LA NOSTALGIA DEL PASSATO E I CAMBIAMENTI NECESSARI

LA NOSTALGIA DEL PASSATO E I CAMBIAMENTI NECESSARI

di Giuseppe Gullo

La generazione alla quale appartengo è l’ultima che può rendere testimonianza della grande trasformazione che ha vissuto la società italiana dal secondo dopoguerra a oggi.

Mi capita di pensare spesso a questi decenni soprattutto quando sento tanti rimpiangere i bei tempi andati come esempio da portare ai giovani di vita sana, piena di buoni principi, di rispetto e laboriosità, nella quale la società, la politica, la Chiesa, la scuola e tutte le Istituzioni facevano la loro parte com’era giusto e come dovevano.

Sono convinto che chi scrive o dice tutto questo lo fa o perché è in buona fede e ricorda i tempi della giovinezza col filtro deformante del tempo trascorso che lascia impietosamente i segni sul corpo e nella mente di ciascuno, o forse anche perché sa poco o nulla di quegli anni e ciò che ha letto e sentito era scritto o detto con secondi fini che non erano quelli della verità.

Furono quelli decenni nei quali aveva un peso notevole la tradizione, il ripetersi  ineluttabile degli eventi quasi come a copiare la ciclicità delle stagioni. Prima che iniziasse il grande esodo verso le aree metropolitane delle grandi città e per l’estero, gran parte della popolazione viveva in piccoli e medi centri che si sono andati svuotando dimezzando o perdendo i due terzi dei residenti. La caratteristica peculiare di quegli anni, per milioni di persone, è stata la povertà come  mancanza assoluta di denaro per fare qualunque cosa. Non mancanza di cibo ma di mezzi economici. Il cibo sufficiente, nei centri rurali, c’era in tutte le case perché tutti lo producevano o in piccoli terreni di loro proprietà o in quelli che conducevano in colonia. Tutte le famiglie facevano il pane in casa per l’intera settimana, producevano i cereali da consumare e conservare, l’olio e il vino, le verdure e la frutta. Molti avevano polli e galline, conigli e, in alcuni casi, vitelli, vacche o maiali che allevavano per loro stessi o per conto terzi. La botte e la giara dell’olio difficilmente erano vuote e, quando capitava, si chiedeva e otteneva credito.

Ma non c’erano soldi. Lo Stato non dava pensioni e non erogava la disoccupazione, il lavoro nei campi a giornata era saltuario e pagato pochissimo. Il numero degli analfabeti era altissimo e molti sapevano solo firmare o far di conto. I servizi pubblici ridotti al minimo e spesso ben sotto il livello che oggi riteniamo appena sufficiente. La scuola elementare  – quella media obbligatoria sarebbe arrivata molto dopo – era spesso sistemata precariamente in locali costruiti spartanamente ad altri scopi, per cui mancava di tutto, spesso perfino del bagno. La salute era gestita dal medico condotto e dall’ostetrica condotta che spesso dovevano spostarsi a piedi o a dorso di un asino in frazioni lontane talvolta ore di cammino. Il veterinario, importante per la presenza di molti animali nelle campagne, era ordinariamente consortile e si occupava delle bestie di diversi comuni. Il sistema di trasporti era affidato ad asini e muli, alla ferrovia spesso distante ore di cammino e a qualche intraprendente giovane con carretto e ronzino. I Comuni piccoli e medi, fino a 10.000 abitanti circa, avevano un’economia autarchica con artigiani in grado di soddisfare i bisogni limitati di una società nella quale la regola era il risparmio e il riutilizzo degli oggetti fino a quando potevano essere usati e spesso erano trasferiti da un membro della famiglia a un altro. In casa c’era sempre qualcuno in grado di fare piccoli lavori di muratore, fabbro, elettricista, falegname e simili. Lo specialista, ”u mastru”, come si chiamava dalle nostre parti, arrivava solo per lavori importanti che richiedevano una capacità di livello superiore.

Molte abitazioni, nei piccoli comuni o nelle campagne, non avevano servizi igienici all’interno delle case. A 50 metri dalla piazza principale del Paese dove sono nato vi era un grande manufatto che raccoglieva gli escrementi dei cittadini che se ne servivano e veniva pulito, molto sommariamente, ogni due o tre mesi. Le campagne erano i luoghi naturali per soddisfare i bisogni fisiologici. L’acqua per bere e per gli usi domestici veniva raccolta nelle fontane pubbliche che erano numerose e venivano utilizzate da gran parte della popolazione. In campagna vi erano i pozzi e le cisterne. I bucati più impegnativi venivano fatti nei torrenti dove c’era una sorgiva mentre quelli quotidiani nei lavatoi in casa. I materassi di lana e le coperte una volta l’anno venivano lavati  a mare o nei torrenti verso la montagna dove la sorgente era più ricca. Poche case avevano l’acqua corrente. Molte donne non avevano mai lasciato il paese e gli uomini spesso solo per il servizio militare.

Questa società aveva leggi secolari non scritte, con ruoli assegnati dalla nascita fino alla morte. Le eccezioni erano poche e riguardavano o giovani talentuosi che finivano comunque per emergere, oppure i poco di buono che seguivano la strada della delinquenza e del malaffare. Poche unità in ogni caso. La vita iniziava e finiva nello stesso luogo. Il passaggio di classe sociale avveniva per matrimonio o, raramente, per capacità personali nel lavoro o negli affari. Qualcuno riusciva ad arruolarsi facendo dell’obbligo militare una professione, qualche altro abbracciava la vita religiosa e andava in seminario. Per usare una bella e significativa espressione del prof Galimberti ,“i diritti erano subordinati ai doveri”.

Questo sistema secolare entrò in crisi irreversibile negli anni 60 del novecento. Perché? Galimberti ritiene che la causa principale e scatenante sia stato il ‘68 e ciò che esso ha rappresentato in tutto l’occidente. Non vi è dubbio che quel grande movimento che dall’America arrivò in tutta Europa alla fine di quel decennio, ebbe un ruolo fondamentale sebbene, a mio giudizio, non esclusivo. Altre cause contribuirono in modo rilevante a causare quella trasformazione così radicale. Il processo di alfabetizzazione di massa aprì alle nuove generazioni orizzonti di conoscenze prima del tutto preclusi. In quegli stessi anni milioni di lavoratori emigrarono dal sud del Paese verso le regioni del nord o in altri Stati Europei e nelle Americhe. Le loro rimesse aumentarono la ricchezza delle famiglie e consentirono a molti giovani di proseguire gli studi. Il contatto e la conoscenza di realtà economiche e sociali diverse consentì ai lavoratori che tornarono nelle loro terre d’origine di pensare e realizzare un diverso rapporto rispetto a quello del mondo contadino.

Nel 1954 la Rai incominciò a trasmettere i programmi televisivi. Nel giro di qualche anno la televisione divenne una vera e propria finestra sul mondo che disvelò a milioni di persone realtà ignote prima e tali da aprire la mente a nuovi mondi. Il boom economico consentì condizioni di vita migliori, le abitazioni vennero sistemate, i servizi igienici furono ricavati spesso nei balconi in piccoli ambienti con un water e un lavandino, i focolari furono trasformati in cucine, la bombola del gas sostituì la legna e, talora, furono impiantate cucine economiche con acqua calda incorporata che riscaldavano diversi ambienti sostituendo i vecchi bracieri. Di lì a poco avrebbero invaso le nostre case le stufette elettriche a uno o più elementi sempre usate con parsimonia, come la nostra educazione e le ristrettezze economiche richiedevano. Saltarono i tradizionali rapporti sociali, i diritti vennero giustamente prima o insieme ai doveri e, come sempre è avvenuto nella storia, le avanguardie intellettuali colsero per prime gli elementi del cambiamento e si misero in movimento trovando terreno fertile.

Il vento della contestazione arrivò al sud con ritardo all’inizio degli anni ‘70 ma con impeto e generando passione e partecipazione. Ricordo un’assemblea nel grande cortile dell’Università di Messina con un numero di studenti quale mai si era visto. Assemblee permanenti, occupazione delle facoltà e dell’Ateneo, Rettorato compreso. sembrarono rompere un equilibrio ritenuto immutabile. Gli uomini della terra del Gattopardo che avevano saputo domare rivoluzioni vere e false, che erano stati capaci di adattarsi a ogni cambiamento, che avevano fatto dell’antico proverbio siciliano “calati juncu ca passa la china” una vera filosofia di vita, avevano subito capito com’era necessario muoversi e cosa occorreva fare per dare sfogo alle “intemperanze” giovanili concedendo qualcosa purché il potere reale rimanesse nelle mani di chi sapeva gestirlo meglio degli altri e cioè nelle loro.      Fu così che il Rettore e il Senato accademico governarono a Messina, come altrove, l’ondata di contestazione attraverso quasi tutti i capi del movimento, concordando con loro ogni passaggio, ogni contestazione, le occupazioni e perfino i tafferugli. Le feste della matricola di quegli anni furono memorabili per l’organizzazione e la dovizia di mezzi messi a disposizione dal piano nobile della sede centrale. Presto le acque si calmarono, i collettivi e le occupazioni cessarono, i capi del movimento si laurearono rapidamente e con votazioni brillanti, tanto che quasi tutti furono assorbiti dalla stessa Università che avevano fortemente combattuto. Chi rimase fuori non aveva capito nulla del “gioco” né di chi dirigeva l’orchestra. Tra questi qualcuno andò via, altri continuarono a sognare l’immaginazione al potere, un nuovo diritto allo studio, la valorizzazione del merito, la fine del diritto di vita e di morte dei “baroni” e tantissime altre cose che avevano riempito centinaia di pagine di documenti.

Restò, questo sì, un segno permanente nella coscienza degli studenti e nel modo in cui vissero l’esperienza universitaria. Tutto fu diverso anche se il potere reale e decisionale non traslocò dalle stanze dove abitava da moltissimi anni. Una nuova classe dirigente maturò con maggiore consapevolezza, ma il sistema aveva reagito e aveva vinto. La stagione degli attentati e delle BR nacque da lì come figlio deforme e psicopatico che credette di avere intravisto una realtà che non c’era e pensò, stoltamente, che solo la violenza e la lotta armata avrebbe potuto realizzarla.

Quel periodo successivo al ‘68 segnò la cesura tra i due mondi: quello contadino e dei mestieri rispetto all’altro industriale, urbanizzato, competitivo, efficiente e spietato quanto il primo ma più brutale e cinico. Anche il legislatore, sulla spinta dei movimenti giovanili e femministi, accolse molte istanze che venivano dal popolo. Nel 1970 la legge Fortuna-Baslini, un socialista e un liberale, segnò lo spartiacque con l’introduzione delle norme che disciplinavano i casi di cessazione degli effetti civili del matrimonio nel Paese che ospitava il Vaticano e nel quale l’influenza della Chiesa attraverso la Democrazia Cristiana era enorme. Il tentativo di farla abrogare dal voto popolare segnò una cocente sconfitta della parte più conservatrice del Paese con una maggioranza schiacciante di circa il 60% contro l’abrogazione, nonostante la mobilitazione dell’apparato che faceva riferimento al Vaticano con ogni parrocchia divenuta centro di propaganda per il SI. Nel 1978 l’onda lunga della tutela dei diritti delle donne ottenne l’approvazione della legge sull’aborto, anch’essa proposta da un parlamentare socialista, Balzamo, confermata da un voto plebiscitario nel 1981 che bocciò la richiesta di abrogarla. Una nuova coscienza civile era nata e niente e nessuno avrebbe potuto fermarla. Il nuovo mondo era cresciuto e aveva travolto quello che con poche e lente novità era sopravvissuto per secoli.

Non so dire quale dei due era migliore. Ma ho chiaro in mente che il buon tempo andato ha da fare con la giovinezza e non con la giustizia sociale. Non credo che vi siano fondate ragioni per ritenere quel periodo della nostra storia, dal secondo dopoguerra agli anni 60/70, particolarmente felice, se è possibile dare questo aggettivo a un qualunque scorcio della storia di un Paese. Lo si può fare soltanto se si estrapola quella realtà geografica dalla realtà circostante vicina e lontana. Se prendiamo in esame l’Italia del secondo dopoguerra e i Paesi a essa più vicini e non pensiamo all’allora nord Africa, che stava uscendo dal colonialismo, e alla guerra di Corea – ma anche al primo dopoguerra col genocidio degli Armeni, quello dei contadini russi e ucraini, la guerra civile spagnola, l’avvento delle dittature nazifasciste e poi le stragi della seconda guerra mondiale – solo per citare tragedie che hanno causato milioni di morti, possiamo affermare che furono anni di sviluppo, di aumento generalizzato del reddito, di miglioramento delle condizioni di vita, di ampliamento delle libertà individuali e di conquiste sociali in un periodo di pace che non ha l’eguale.

Altro è ragionare sul modello di sviluppo e sui suoi costi sociali e personali, sulla redistribuzione della ricchezza e  della reale possibilità di accedere a tutti i livelli della scala sociale con veri criteri di merito. È sotto gli occhi di tutti quanto è accaduto di positivo e anche le grandi battaglie perse a cominciare da quella per la pace, a quella per superare le povertà e gli sfruttamenti di miliardi di persone che hanno avuto la sventura di nascere in aree sottosviluppate, a quella del disarmo nucleare, alla tutela del pianeta e della sua integrità. Da questi punti di vista e da altri che non elenco che non sono di minore importanza, la generazione del secondo dopoguerra ha fallito e di questo deve avere consapevolezza.

Qual era la strada? Quella rivoluzionaria tuttora in vita come il modello cubano, fatto di privazioni e silenzi forzati? Quella dei regimi autarchici e autoritari che vivono vite grame in perenne bilico tra revanscismo e modernità? Quella delle gerarchie militari che soffocano libertà e sviluppo con la forza e la violenza? O il feudalesimo di alcuni paesi arabi divenuti ricchissimi con lo sfruttamento del sottosuolo e della popolazione priva dei diritti fondamentali?

Il modello occidentale, con manchevolezze, ingiustizie, diseguaglianza e forzature resta sempre il migliore, in quanto ricerca il consenso popolare e ha nella volontà popolo la sua legittimazione e la capacità di correggersi che manca alle autocrazie terrene e divine. Di questo dobbiamo essere coscienti e coltivare e tutelare la pianta della Democrazia sempre e in qualunque occasione. La discussione su quale livello di democrazia, sul suo ampliamento, su un sempre maggiore coinvolgimento dei cittadini nelle scelte decisive, sul modello rappresentativo e sull’indipendenza delle Istituzioni, è aperta e merita attenzione e approfondimento, avendo tuttavia sempre chiarissimo che la tutela dei diritti fondamentali individuali e collettivi non è negoziabile.

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    Guglielmo Scoglio 1 mese

    Un’analisi puntuale dei cambiamenti sociali con cui è impossibile non essere d’accordo. Corrette, a mio avviso anche le conclusioni. Forse andrebbero evidenziati tutti gli aspetti negativi che già Marcuse con le sue idee aveva evidenziato e che la sociologia successiva ha sviluppato.

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    Guglielmo Scoglio 1 mese

    L’articolo mi è  molto
     piaciuto . Ho rivissuto i cambiamenti sociali di cui sono stato testimone. Questa è  storia. Non si può non essere d’accordo. Corrette, a mio avviso anche le conclusioni. Forse andrebbero evidenziati tutti gli aspetti negativi in campo sociale che già Marcuse con le sue idee aveva evidenziato e che la sociologia successiva ha sviluppato.

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