Ma è più bravo chi crea o chi distrugge?

Ma è più bravo chi crea o chi distrugge?

di Roberto Tumbarello

L’ombra di Draghi.
Purtroppo l’ombra di Draghi oscurerà ancora per qualche mese il PD. Non solo rinunciò a guidare il governo fino alla conclusione naturale della legislatura, ma, senza volerlo, ha inquinato i rapporti tra M5S e PD. Poi il congresso deciderà chi sarà il prossimo segretario, Però, solo dopo le elezioni nel Lazio, che, quindi, tornerà alla destra. Quella della Lombardia, che da 30 anni è governata da un leghista o un forzista – talvolta molto male, tanto che l’ex governatore, Formigoni, è finito in galera – rimarrà alla destra, anche se dovesse vincere la vedova Moratti. L’unica insidia possibile sarebbe una miracolosa alleanza tra PD e M5S, ma non se ne parla nemmeno. Quindi è più bravo chi crea o chi distrugge?

 Non si capisce come mai, dopo la memorabile recente sconfitta elettorale, Letta non si sia andato a nascondere.
Né ha capito l’errore che ha commesso. Se no, non lo replicherebbe alle regionali. Invece, fino al mese di marzo continuerà a danneggiare il partito. Va in giro e interviene come se nulla fosse successo, sperando che qualche sprovveduto lo inviti a ritirare le dimissioni. Per fortuna non è accaduto, ma nessuno gli dice di farsi da parte per non intralciare il dibattito sulla nuova politica che il partito dovrà intraprendere se vuole sopravvivere. Intanto arrivano le prime candidature. Purtroppo i candidati sono quasi tutti somiglianti a lui per la serietà saccente con cui parlano e la rara capacità di non sapere sorridere. Chi ha perso i capelli, si fa crescere la barba senza rendersi conto di avere l’espressione ancora più arcigna.

 Nessuno ha il senso dell’umorismo né dell’ironia.
Prendevano in giro Berlusconi che raccontava barzellette stupide. Ma intanto ha avuto per 30 anni un ruolo importante in Italia. Nonostante i processi, il “bunga bunga”, la condanna, le “olgettine”, l’espulsione dal Senato e le mediocrità da cui gli piace attorniarsi, per la simpatia che emana è riuscito ad attrarre tanti consensi e a 86 anni, seppure malfermo, crea ed è ancora sul palcoscenico. Ultimamente ha perso la sua brillantezza e un po’ di voti, ma non il potere. Se la sua leadership è stata un bene o un male per il paese è un’altra storia.

 Più bravo chi crea o chi distrugge.
Se ci ha danneggiati non è stato per la politica né per il suo comportamento, ma per i programmi televisivi trash che le sue reti trasmettono – le tante edizioni del Grande Fratello e i vari amici di Maria – che, per piacere agli italiani, anziché educazione e cultura, da 40 anni diffondono banalità. Non ha mai pensato che educando i telespettatori aumenterebbe il suo prestigio e per di più i propri figli e nipoti vivrebbero in un mondo migliore. Però, quel sorriso sempre sulle labbra, quell’espressione piacevolmente claunesca, quel volere apparire sempre giovane e pure più alto, con tutti i capelli ricresciuti e mai imbiancati, quell’attorniarsi di tante donne giovani e dall’apparenza disponibili, persino quel giurare il falso col sorriso sornione di chi fa capire chiaramente che invece sta mentendo e quella perenne condizione di innamorato e fidanzato, crea un’immagine quasi perfetta. Lo rendono umano agli elettori, seppure anche ridicolo.

 Se facessi politica cercherei di imitarlo.
Ma purtroppo non ricordo mai quelle poche barzellette che conosco. È simpatico anche Salvini e piace alla gente. Persino a quella del Sud che un tempo lui insultava e i suoi accoliti addirittura maledicevano.  Eppure si vede lontano un miglio che la sua promessa di fare grande il meridione è falsa. Però, la povera gente, ancora con la vocazione di essere colonizzata, lo vota. Anzi, nelle ultime elezioni sono stati i soli. Per i continui errori che fa, gli elettori del Nord, che sono più scaltri, lo hanno abbandonato.

Per la verità, se la Lega ha perso tanti voti a favore della Meloni, non è solo colpa sua. Non è lui che decide la politica. Lui la reclamizza. La crea. È il piazzista del partito, un ciarlatano. È quello il suo compito e lo fa bene. Piace persino il suo modo di predicare bene e razzolare male. Difende la famiglia unita e bacia continuamente in modo blasfemo Crocifissi e Rosari, pur avendo un figlio con una donna e una figlia con un’altra. Ma anche lui ha il sex appeal che piace agli elettori. Crea la sua immagine come fa un attore con i fan.

 Più bravo chi crea o chi distrugge? Intanto sbucano Giorgetti e Zaia.
Manca, invece, del tutto a quelli del PD che cercano il sapiente, calvo, brutto, antipatico, magari gobbo, come all’epoca dei nani e delle ballerine, nella Prima repubblica. Ma quelli erano di un’altra razza. Erano efficienti e l’Italia cresceva. Oggi è più gettonato chi è simpatico. Chi è bravo – ma ormai sono rari – opera nell’ombra. Giorgetti e Zaia sono bravi e più autorevoli di Salvini ma non hanno questa attrattiva. E se ne rendono conto. Ecco perché hanno la furbizia, il primo, di stare dietro le quinte, l’altro di non allontanarsi dal Veneto.

 Delle qualità di Giorgia Meloni è inutile discutere perché sono evidenti.
Ha portato Fratelli d’Italia alla vittoria e a un livello imprevedibile, pur partendo all’inizio della legislatura con un misero 4% di consensi e che i bookmaker davano allo zero virgola niente. Invece, arrivò al 26% e continua a crescere. Perché è giovane, ha una dolcissima bambina di 6 anni di cui si occupa assieme agli affari di Stato, viene dal nulla e soprattutto è una donna. Gli italiani, maschilisti e molti di loro assassini delle proprie mogli o fidanzate, o compagne – sono 107 finora i femminicidi dall’inizio dell’anno – per completare una nemesi storica, non vedevano l’ora di affidare la guida del paese a una donna. La Meloni sembrava fatta su misura.

Non è Miss Italia, né una saccente e neppure un’esibizionista. Conservatrice, come lei si considera – non è neppure sposata, ma convivente – sfida, designandolo alla presidenza della Camera, un estremista cattolico, che la considera una concubina e che predica, come i seguaci di Lefebvre, il modello della famiglia tradizionale, col matrimonio in chiesa e tutto il resto. Vorrebbe che le donne partorissero come la Madonna o, almeno, concepissero ancora vergini. Intimidirà con assurdi messaggi d’altri tempi gli italiani, ma non Giorgia Meloni.

 Chi crea e chi distrugge. Non è che Elly crea?
Quelli del PD non ci pensano lontanamente a imitarla candidando una donna, magari con un pizzico di sex appeal che facilita chi lo possiede e spesso agevola la soluzione dei problemi. C’è una tale Elly Schlein di cui pochi sanno scrivere il nome e pochissimi pronunciarlo. Non si sa da dove venga né perché abbia un nome talmente insolito, neppure le altoatesine. Ma quelle ragazze emergono solo nello sci, soprattutto nella discesa libera. Il PD, invece, la discesa dovrebbe averla finita, quindi tutti sperano in una risalita. Elly ha diverse qualità. A 37 anni è già deputata e, quand’era consigliere regionale in Emilia Romagna, era vice presidente della regione.

Ecco perché nella sua crescita continua aspira alla segreteria del partito, ambita anche da Stefano Bonaccini, che fu suo presidente. Giovane anche lui, con i suoi 55 anni, ma con la barba già bianca e un diploma di liceo scientifico, Elly è laureata in Giurisprudenza e prima di diventare europarlamentare a 29 anni, era segretaria di produzione. Quindi ha anche l’immaginazione e la fantasia della gente di cinema, indispensabile per chi fa politica. Per di più ha una triplice cittadinanza: svizzera e statunitense oltre che italiana. Ed è apertamente bisessuale. Ha ascendenze ebraiche e ucraine, essendo il padre un politologo originario di Leopoli dove si chiamava Schleyen. In USA gli abbreviarono il nome. A 23 anni, appena laureata, Elly si trasferì a Chicago per aiutare Barak Obama nella campagna presidenziale. Questa è una mania delle ragazze italiane, c’è chi ha poi collaborato con Trump.

 Tra i tanti dubbi chi crea e chi distrugge. E se Conte…
Come molti saggi contestava Renzi anche quand’era segretario del PD perché lo definisce chiaramente di destra. In vista delle elezioni regionali nel Lazio e in Lombardia, perora l’alleanza con Conte e il M5S che Letta disdegna. Sarebbe l’avversaria più adeguata alla Meloni. Ma siccome la sinistra gode nel bucare la scialuppa di salvataggio su cui ha avuto la fortuna di salire durante il naufragio, qualcuno ha riesumato un comunista particolarmente fortunato, forse il più giovane del mondo, persino del’URSS.

Napoletano, con la maturità scientifica di ordinanza, 48 anni, a 15, nel 1989, riuscì a iscriversi appena in tempo alla federazione giovanile del PCI, mentre cadeva il Muro di Berlino e Occhetto, divenuto da segretario prestigiatore, trasformava il comunismo italiano in partito della sinistra, PDS. Ci si chiede ogni tanto quale sia la differenza tra post fascisti e post comunisti. I primi credono di essere fascisti ma non lo conobbero nemmeno, non essendo ancora nati. Sono solo nostalgici di ciò che di buono si fece in quell’epoca, ma cancellandone i madornali errori. Gli altri lo conobbero bene, ma non lo abiurano. Conte, invece, a differenza della maggior parte degli altri leader – altro che diplomino! – è plurilaureato.

 Come Letta, che insegna a Science Po, un prestigioso ateneo parigino, anche Conte è docente universitario e brillante avvocato
Ma nonostante le affinità non vanno d’accordo. Anzi, non riescono neppure a incontrarsi, magari per litigare e mandarsi a quel paese. Perché temono che incontrandosi trovino il modo di dialogare. Letta accusa Conte di avere provocato la caduta del governo Draghi, un banchiere che con la sinistra non ha nulla a che fare ma che, non si capisce perché, il PD considera un’icona del buon governo. Pur essendo un neofita della politica in cui è incappato per caso, è diventato un leader. Bonafede – sembra un uomo della preistoria, scomparso e dimenticato, pur essendo stato di recente ministro della Giustizia – era suo allievo e lo presentò a Grillo che era in cerca di un leader per il M5S emergente. Si è rivelato un ottimo statista e un grande mediatore con particolare intuizione e personalità.

È riuscito a trasformare in pochi mesi una masnada d’imbranati, litigiosi e autolesionisti che sembravano in estinzione, in un vero partito politico adesso in ascesa. La sola cosa in cui non è riuscito, pur avendoci più volte tentato, fu di riprendere il dialogo con la sinistra. Se si fossero alleati alle scorse elezioni, la sconfitta sarebbe stata di misura, non così disastrosa. Per di più, assieme in Sicilia avrebbero persino potuto vincere. Invece, sono arrivati terzi e quarti, cioè ultimi e penultimi. Adesso si aspetta il cambio di segreteria nel PD per cercare un’alleanza che valorizzerebbe entrambi.

 L’incontro con Calenda. Per chi crea e chi distrugge
Le cose si complicano – cioè, sono sempre complicate, ma questa volta è difficile interpretarle – quando la Premier annuncia l’intenzione di ricevere Calenda. Perché s’incontrano? Che cos’hanno in comune da discutere? Forse lei vuole chiedergli dove ha trovato tanti soldi per creare un partito. E lui le dirà di avere vinto al Superenalotto, come si giustificò Gaucci quando la Finanza indagò sui suoi beni immobili, che non avrebbe potuto possedere col suo scarso reddito. Calenda non rivelerà mai il nome di chi lo finanzia, anche se non è difficile immaginarlo. Nessuno ci pensa e tutti continuano a corteggiarlo, come se lui potesse rispettare gli impegni che assume. Sostenendo la candidatura della Moratti, Calenda attenta, anche se non ci riuscirà, al tradizionale successo della destra in Lombardia. Meloni è una creatura semplice, seppure post fascista, candida e ingenua.

 Chi crea e chi distrugge. Calenda esempio.
Mentre Calenda è uno che si fa eleggere al Parlamento Europeo nelle liste del PD e qualche ora dopo se ne va e fonda un suo partito, che si riempie subito di voltagabbana come lui e fuorusciti di altri partiti. È abituato a dare disposizioni, non a far parte del gruppo, perché appartiene a una famiglia privilegiata della Roma-bene, sia da parte di madre che di padre. L’elemento che lo accomuna a Renzi è che nessuno dei due è andato a scuola di politica, Non hanno fatto la gavetta prima di arrivare alla leadership. Sono nati al vertice. Verdini, ora suocero di Salvini, un tempo braccio destro di Berlusconi, aiutò Renzi a diventare presidente della provincia e poi Sindaco di Firenze. Può mai confondersi con chi ha fatto per anni il peone ed è diventato leader dopo avere imparato da chi ne sapeva di più?

Anziché aiutare Gualtieri a scalzare l’incapace ragazza di cinque stelle, Calenda si candidò anche lui al Campidoglio, ma per insidiargli il successo. O, comunque, per sottrargli voti e favorire il candidato della destra, che, però, era nullo. Fece l’alleanza con Letta per le elezioni politiche e la disdisse all’ultimo minuto con la scusa che il PD aveva imbarcato il povero Di Maio. Disprezza l’ex ministro degli Esteri perché vendeva bibite allo stadio, mentre lui è un pariolino che non ha mai avuto problemi di sopravvivenza e non può mischiarsi alla plebe. Dividendo la coalizione progressista, agevolò la vittoria della destra, che, invece, alle elezioni in Lombardia, vuole danneggiare. Mentre a Roma propone nuovamente un accordo col PD.

 Chi crea e chi distrugge. Lo dichiara lui stesso!
Perché la Meloni incontra un personaggio di cui non può fidarsi? Gli è grata per aver prestato i voti a La Russa per essere eletto presidente del Senato? Azione sostituì Forza Italia che gli aveva negato i voti perché Berlusconi era offeso con la Meloni. Ma La Russa aveva troppa fretta e non poteva aspettare che si componesse il malinteso con Forza Italia. L’intera coalizione ha fatto tutto di fretta, tanta era l’astinenza dal potere. Hanno persino saltato passaggi istituzionali tradizionali, non ricordando che la gatta frettolosa partorì gattini ciechi. Berlusconi, infatti, non dimentica. Forse non è più tanto lucido, ma ha ancora un’ottima memoria.

Ora Calenda sfida la destra con la Moratti. E neppure lui sa chi c’è dietro questa preoccupante macchinazione. È un personaggio emerso dal nulla all’epoca di Renzi segretario del PD, che lo fece prima ambasciatore presso l’Unione Europea e poi, in seguito all’insuccesso accumulato a Bruxelles, ministro delle attività produttive. Cerca qualsiasi occasione per farsi notare e far capire alla gente che è utile a qualcosa.

Intanto, per non rimanere indietro rispetto al suo socio, Renzi annuncia di concedere solo un anno e qualche mese di governo alla Meloni. Poi, in prossimità delle elezioni europee del 2024, la farà cadere. ”È più bravo chi organizza le feste o chi non le fa riuscire? – chiede senza, però, rivelare lo stratagemma che userà – C’è chi forma i governi ma non sa come farli durare. Mentre io so come farli cadere. Chiedetelo a Conte”. Però, qualcuno prima o poi dovrà far presente a Renzi che chiunque può trovarsi al posto di Conte. Ne è stato vittima qualche anno fa anche Letta. È più facile distruggere che creare. Per rompere un bicchiere basta lasciarlo cadere per terra. Non è una capacità di cui andare orgogliosi. Così pure lui riuscirà a incontrare Giorgia Meloni? O forse è più al suo livello Berlusconi?

Questi purtroppo i tempi in cui viviamo, gli uomini di cui l’Italia dispone e che noi poi eleggiamo. Basta, fatemi scendere.

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